Test genetico: intolleranza alimentare lattosio, celiachia, glutine e istamina

Test DNA intolleranze alimentari: lattosio, celiachia e intolleranza istamina

TEST DEL DNA PER INTOLLERANZE ALIMENTARI – a Messina

Quali intolleranze alimentari: INTOLLERANZA A LATTOSIO, GLUTINE E ISTAMINA

Test genetico per Intolleranze alimenatari: come si esegue:

Il test viene eseguito attraverso l’analisi del DNA estratto da un semplice tampone salivare per determinare la predisposizione a tre tipi di intolleranza alimentare molto diffuse nella popolazione:

  • l’intolleranza al glutine, attraverso lo studio di 6 polimorfismi del DNA (DQ2.5 rs2187668, DQ2.2 rs2395182, DQ2.2 rs7775228, DQ2.2 rs4713586,DQ7 rs4639334, DQ8 rs7454108)
  • intolleranza al lattosio attraverso lo studio del polimorfismo (-13910 C>T)
  • intolleranza all’istamina, attraverso lo studio del polimorfismo di 3 enzimi (HDC: L-histidine Decarboxylase ABP1: Diamino Oxidase HNMT: Histamine N-Methyltransferase

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Quali patologie è in grado di evidenziare il test genetico per le intolleranze alimentari?

Il test del DNA ha l’obiettivo di evidenziare condizioni patologiche non manifeste per la mancanza della tipica sintomatologia o di contribuire ad identificare la causa. La diagnosi precoce è importantissima per prevenire la progressione di forme celiache , clinicamente silenti verso gravi patologie croniche o di intolleranza al lattosio e all’istamina. Se il sintomo è presente, il test del DNA conferma o chiarisce diagnosi dubbie, permettendo così di identificare gli alimenti o le condizioni scatenanti per un’ efficiente riduzione dei sintomi.
Sta emergendo sempre più, come alla base delle intolleranze alimentari, ci sia una significativa componente genetica.
Capire come queste differenze interindividuali siano geneticamente definite ha costituito uno dei principali obiettivi dei genetisti negli ultimi anni. Le informazioni acquisite con gli screening genetici su larga scala, hanno evidenziato che la presenza di particolari varianti geniche definite SNPs (Single Nucleotide Polymorphisms) erano associate alla predisposizione a diverse malattie quali l’obesità, il diabete, l’ipercolesterolemia, patologie dell’apparato cardio-respiratorio, del sistema nervoso ed immunitario e addirittura alcune forme di cancro.
Tra le patologie dove è stata stabilita la correlazione tra variante genica e malattia, esistono esempi di disfunzioni enzimatiche che causano pericolose malattie metaboliche come la fenilchetonuria o importanti intolleranze alimentari quali l’intolleranza al lattosio e la celiachia, molto diffuse nella nostra popolazione, associate a mutazioni o a varianti del DNA che ne permettono una diagnosi precoce.

LA CELIACHIA
La celiachia è una patologia dell’intestino causata dall’assunzione di glutine, sostanza glico-proteica presente in molti cereali quali il frumento, l’orzo, il farro, la segale, l’avena, il triticale e il kamut. Viene definita malattia autoimmune in quanto il sistema immunitario, attivato in misura anomala dalla presenza di glutine, danneggia le mucose dell’intestino stesso. E’ una patologia in crescita: sono ormai circa 100.000 i celiaci in Italia e gli ultimi studi rivelano che le diagnosi di questa malattia sono in aumento nelle persone adulte e negli anziani.  Si è stimato che siano circa 400.000 i celiaci in Italia che non sanno di esserlo.
E’ stata dimostrata una forte associazione tra la celiachia e i geni del complesso di istocompatibilità HLA II che codificano per gli eterodimeri DQ2 e DQ8, e per l’allele HLA DQB1*02; considerati fattori di rischio. Il 90% dei celiaci presenta l’eterodimero DQ2, mentre nella maggior parte dei celiaci DQ2-negativi si riscontra la positività per DQ8. Il test che permette la tipizzazione HLA viene soprattutto utilizzato per il suo significato predittivo negativo, in quanto soggetti negativi per DQ2, DQ8 e DQB1*02 si ammalano molto raramente.
Analisi sempre più affidabili mettono in evidenza una nuova forma di patologia caratterizzata da intolleranza o sensibilità al glutine, i cui sintomi sono del tutto simili a quelli della celiachia con la quale spesso viene confusa. Si pensa che l’incidenza dell’intolleranza al glutine, rispetto alla celiachia sulla popolazione, sia di ben dieci volte superiore. Se infatti si stima che una persona su 100 sia celiaca, l’intolleranza al glutine sembra presentarsi nel 7-10% degli individui. La differenza sostanziale tra le due patologie è che l’intolleranza al glutine è molto meno grave della celiachia. In alcuni casi di diagnosi di celiachia è quindi possibile che non si sia di fronte a questa malattia, ma ad una più comune “intolleranza al glutine”. In questo caso non c’è l’associazione genetica tipica della celiachia. Gli eterodimeri DQ2 o DQ8 sono presenti in circa il 50% dei casi di intolleranza non permanente al glutine, contro il 99% dei casi di celiachia, quindi la negatività al test genetico suggerisce l’esclusione della malattia celiaca indirizzando il paziente ad una corretta diagnosi.
Il test genetico è quindi consigliato a chi ha familiari affetti da celiachia e a pazienti affetti da malattie associate alla celiachia (diabete mellito tipo 1, deficienza selettiva di IgA, tiroidite autoimmune, epatite autoimmune, Sindrome di Down, Sindrome di Turner, Sindrome di Williams). La positività al test indicherebbe così un adeguato monitoraggio, evitando, in caso di associazione genetica, le gravi conseguenze della malattia conclamata. Mentre l’assenza dei marcatori HLA associati alla patologia permette di tranquillizzare i familiari degli affetti, riconducendo il loro rischio di malattia a valori uguali o addirittura inferiori a quelli della popolazione generale, evitando inutili controlli in soggetti non geneticamente predisposti alla malattia come la biopsia intestinale.
Il test genetico è anche indicato a chi presenta una sintomatologia compatibile con intolleranza al glutine, ma negativa ai test immunologici. Poichè è stata stimata la presenza di 4 celiaci asintomatici per ogni celiaco diagnosticato, il test genetico proposto assumerebbe un valore predittivo ed altamente significativo nel caso di esclusione della malattia, mentre la positività agli eterodimeri DQ2 o DQ8 e all’allele HLA DQB1*02, indirizzando ad una diagnosi precoce della celiachia. D’altra parte, poiché la malattia colpisce 1/40 individui positivi al test HLA, aumentando fino a 14 volte il rischio di celiachia rispetto alla popolazione generale, l’analisi effettuata sui individui asintomatici e senza familiarità può orientare verso un monitoraggio preventivo o almeno allertare una specifica sorveglianza verso la comparsa di segni sierologici o clinici compatibili con la malattia, riducendo il rischio di complicanze al suo esordio.

L’INTOLLERANZA AL LATTOSIO
L’intolleranza al lattosio è abbastanza diffusa nella popolazione, precisamente nell’Italia meridionale i soggetti che presentano tale difetto sono circa il 70%, nell’Italia settentrionale intorno al 50%, mentre l’incidenza percentuale nell’Europa centrale si aggira attorno al 30% ed è decisamente minore nell’Europa settentrionale, attestandosi attorno al 5%. E’ causata dalla carenza di lattasi, che fa sì che l’organismo non riesca a digerire il lattosio, uno zucchero che rappresenta la quasi totalità dei carboidrati presenti nel latte (98% circa). La lattasi ha il compito di scindere il lattosio in zuccheri più semplici (glucosio e galattosio) permettendone il successivo assorbimento a livello gastrointestinale. Non è detto che tutti i soggetti carenti di lattasi presentino una sintomatologia rilevante a livello clinico; quando però ciò succede il soggetto viene definito come intollerante al lattosio. Nella maggior parte dei soggetti, la presenza dell’enzima inizia a diminuire a partire dall’età di due anni, ma è abbastanza raro che la sintomatologia si presenti prima dei sei anni di età.
Sono stati individuati diversi polimorfismi genetici associati alla persistenza dell’enzima lattasi dopo i due anni di età, di cui uno, il polimorfismo -13910 C>T, è funzionale alla produzione enzimatica e chi possiede questa variante mantiene attiva l’espressione del gene della lattasi, riuscendo ad assimilare il lattosio anche in età adulta.
Quindi il test genetico finalizzato alla presenza della variante -13910 C>T nel gene della lattasi deve essere considerato un test di esclusione, utile cioè ad escludere il coinvolgimento della componente genetica, legata al gene che esprime l’enzima lattasi, nell’insorgenza di eventuali disturbi conseguenti all’ingestione di alimenti contenenti lattosio.
Quando l’intolleranza al lattosio dipende dalla carenza di lattasi, si parla di deficienza primaria, che è ereditaria, in quanto trasmessa dai genitori ai figli. Possono esserci però casi (ad esempio morbo di Crohn, celiachia, infiammazioni e infezioni dell’intestino) in cui danni all’intestino danneggiano le cellule che producono la lattasi ed in questo caso si può avere un’intolleranza secondaria, acquisita non tanto per la mancanza dell’attività dell’enzima stesso, ma della sua produzione.
Il test più comunemente utilizzato per la diagnosi di intolleranza al lattosio è il Breath Test (BTH) che comporta un grande impegno temporale da parte del paziente, con manifestazioni importanti dopo l’ingestione del lattosio ed una preparazione adeguata nei giorni precedenti il test medesimo. Nonostante questo, alcune patologie concomitanti, comportamenti non adeguati precedenti il test o l’assunzione di alcuni farmaci, possono portare a risultati falsi positivi o negativi. Diversamente il test genetico risulta essere non invasivo e veloce, permettendo di distinguere le cause di questa intolleranza e quindi di calibrare diete adeguate contribuendo così in modo più efficiente alla scomparsa del sintomo.

Intolleranza istamina

Nel caso dell’intolleranza all’istamina, il test analizza quelle variazioni genetiche che predispongono ad una diminuzione della capacità totale di degradazione dell’istamina che, a sua volta, genera un accumulo d’istamina nei tessuti provocando la sintomatologia tipica (

sintomi più frequenti sono:

  • mal di testa, spesso premestruale;
  • dolori gastrici e addominali, con meteorismo, gonfiore, tensione addominale e diarrea;
  • prurito;
  • calo di pressione e aritmia;
  • rinorrea, ostruzione nasale e broncospasmo;
  • dismenorrea.

Persone con questa predisposizione devono evitare alimenti ricchi di istamina.